Donald X. Vaccarino ha inventato il deck-building per sbaglio. Intorno al 2006 lavorava a un gioco fantasy di esplorazione, e il sistema di combattimento non funzionava. Per aggiustarlo si inventò un mazzo che ogni giocatore costruisce mentre gioca. Quella toppa divenne Dominion: Spiel des Jahres 2009, oltre due milioni e mezzo di copie con le espansioni, un intero genere nato da una pezza messa a un altro gioco.
Poi vent'anni dentro quel genere. Un'espansione di Dominion dopo l'altra.
A un certo punto Vaccarino sentì il bisogno di rimettersi in moto su qualcosa di diverso, e ripartì da un esercizio: rifare a modo suo San Juan, un gioco di un altro autore. Niente di ambizioso, solo per ringranare. Poi il suo gruppo portò al tavolo Pandemic Legacy. In quel gioco c'è un mazzo che decide quali luoghi verranno colpiti dal contagio, e i giocatori ci rimettono carte sopra, scegliendo in parte il proprio destino. È lì, in una pausa di quella partita, che a Vaccarino venne l'idea di Moon Colony Bloodbath: un deck-building in cui il mazzo non è di nessuno. È uno solo, e lo costruiscono tutti insieme.
È il rovescio di Dominion. Lì ognuno coltiva il proprio giardino, al riparo dagli altri. Qui c'è un mazzo comune, ciascuno ci infila le sue carte, e quel mazzo fa accadere le cose a tutti quanti nello stesso momento. L'uomo che aveva insegnato al mondo a costruirsi un mazzo personale, dopo vent'anni, ha avuto voglia di renderlo collettivo.
"Moon Colony Bloodbath" è il nome di un EP del 2009 dei Mountain Goats e John Vanderslice, un concept album mai del tutto finito su colonie lunari. Le canzoni non c'entrano nulla con il gioco: Vaccarino voleva solo quel titolo. A chi gli chiedeva se fosse una coincidenza, ha risposto che il suo obiettivo era costringere Wikipedia a creare una pagina di disambiguazione. Voleva che il mondo registrasse, nero su bianco, che adesso esistono due cose con quel nome.
Il gioco esce per Rio Grande Games nel 2025, illustrato da Franz Vohwinkel in stile atomicpunk: astronauti sorridenti, cromature, un'utopia anni Cinquanta dipinta sulla scatola. Ma la storia di Moon Colony Bloodbath non sta nel nome rubato a un disco. Sta in un autore che, a fine carriera, ha voluto smontare la propria invenzione più famosa per vedere cosa succedeva.
All'inizio di una partita non muore nessuno. Estrai carte, lavori, costruisci edifici, le persone si accumulano nella tua colonia. Il motore gira bene.
Poi cominciano i guai, e i guai hanno una scaletta. Tredici carte Evento entrano nel mazzo una alla volta, sempre nello stesso ordine, dalla più mite alla più feroce. Prima la fame e la burocrazia. Poi i robot, che non si comportano come i coloni avevano previsto. Poi gli incidenti, le fughe d'aria, i terremoti lunari.
Il gioco non ti tiene all'oscuro di niente. La carta che ucciderà i tuoi coloni è lì, qualche turno più avanti, e tu la vedi arrivare. Spesso sei stato tu ad aggiungerla. Eppure il turno dopo torni a costruire.
Il mazzo è uno solo, e lo costruisci insieme agli avversari. Ogni carta che aggiungi per crescere resta lì dentro per sempre, e il mazzo continua a girare: ti potenzia oggi, ti torna addosso domani. Quando finisci le persone da sacrificare, smonti un tuo edificio per recuperarne. Il motore che hai costruito comincia a divorarsi da solo, pezzo dopo pezzo.
Questa idea, costruire qualcosa sapendo che lo perderai, non era nel progetto iniziale. È nata da un gesto pratico al tavolo. Un playtester, per non perdere il conto, aveva preso a posare i segnalini-persona sopra gli edifici invece che accanto. Vaccarino guardò quel gesto e capì che il gioco era quello: un'ingegneria che si costruisce per essere smontata.
"Queste saranno le migliori colonie lunari mai viste, e niente andrà storto."
— Donald X. Vaccarino, all'ultima riga del diario di progettazione
È la stessa frase stampata sulla scatola, sotto gli astronauti. Ed è la stessa che ogni gruppo si ripete prima di cominciare: stavolta arriviamo in fondo. Quasi nessuno ci arriva. La partita si chiude su una carta che si chiama "Manuale di Istruzioni", e l'ironia è tutta lì. Le istruzioni per sopravvivere stanno in fondo al mazzo, quando ormai non servono più a niente.
Resta una domanda. Se vedi il disastro arrivare, se sai a quale turno colpirà, perché continui a costruire invece di fermarti e consolidare? La risposta non è che ti illudi. Il pericolo lo vedi benissimo. È che quel pericolo l'hai messo lì tu, e questo ti incatena al tavolo più di quanto immagini.
| Psicologia |
L'escalation dell'impegno Nel 1976 lo psicologo Barry Staw studiò perché le persone e le aziende continuino a versare risorse in imprese che sanno già fallite, invece di tagliare le perdite. Trovò un dettaglio decisivo. Chi ha scelto in prima persona la direzione iniziale è proprio quello che investe di più quando le cose peggiorano. Non insisti nonostante il fallimento. Insisti di più perché la rovina porta la tua firma, e fermarsi vorrebbe dire ammettere che la firma era sbagliata. Moon Colony Bloodbath costruisce quel meccanismo carta per carta. Hai visto entrare ogni disastro nel mazzo. Molti li hai scelti tu. E ogni turno la mossa razionale, fermarsi, perde contro l'idea che, avendo costruito tu quel motore, tocchi a te tenerlo in piedi. Fonte — Barry M. Staw, "Knee-Deep in the Big Muddy", 1976 |
C'è una coincidenza che vale la pena di raccontare. Il titolo dello studio di Staw è il verso di una canzone contro la guerra del Vietnam. Lo psicologo era partito proprio da lì, osservando come i governi continuassero a finanziare una guerra che sapevano persa.
Il gioco di Vaccarino nasce da un disco. Il fenomeno che lo spiega nasce da una canzone. Mezzo secolo di distanza, e sotto la stessa scoperta: il momento più pericoloso non è quando ignori cosa ti aspetta. È quando lo sai, lo hai costruito con le tue mani, e proprio per questo non riesci a smettere.
Un gioco dove costruire e perdere sono la stessa mossa. E tu, ogni volta, la firmi.
Moon Colony Bloodbath ti aspetta nel catalogo Frogames.




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